| I simboli della Pasqua |
| Scritto da Enzo Giusto | ||||||||
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Molti simboli pasquali della tradizione popolare hanno una origine ed una simbologia pagana. Primo fra tutti l’uovo di cioccolata, simbolo della vita che nasce, del passaggio dal sonno alla veglia, dall’inverno alla primavera. Era infatti tradizione pagana donare uova, in segno di augurio, all’inizio della primavera. Anche il coniglio appartiene alla simbologia pasquale. Esso è il simbolo del Cristo, perché, come il “Figlio dell’uomo” non ha una tana, un posto dove poter riposare. Esso è anche simbolo della vita che si rigenera, poiché il suo manto cambia colore secondo la stagione. Altro simbolo pasquale è la colomba, che nell'episodio del diluvio universale descritto nella Genesi, ritornò da Noè tenendo nel becco un ramoscello di ulivo, simbolo della pace portata da Gesù. Le palme, i datteri, i vegetali ed i cereali utilizzati come elementi decorativi negli addobbi e nelle scenografie dei riti pasquali hanno un evidente significato di rinascita e rigenerazione della vita: il passaggio dall’inverno, stagione in cui la natura muore, alla primavera, in cui la vegetazione e la natura risorgono a nuova vita. Nell’uso di questi simboli legati alla natura vi è anche un significato augurale, di auspicio che la nuova stagione possa essere ricca di frutti della terra. Altro simbolo legato alla rinascita della natura è rappresentato dai “Giardini di Adone” (il Dio che feconda la terra col suo seme), volgarmente noti col nome di “lavureddi”, fragili germogli di grano, lasciati germinare al buio, con cui, nella tradizione tipicamente siciliana, si addobbano i Sepolcri allestiti nelle chiese la sera del Giovedì Santo. Punto focale della devozione eucaristica, essi simboleggiano, con il tabernacolo aperto e l'eucaristia esposta, il rito della deposizione del Santissimo e l’adorazione e, subito dopo la cerimonia della lavanda dei piedi, vengono visitati da un grandissimo numero di fedeli (la tradizione vuole che se ne visitino almeno tre e, comunque, in numero rigorosamente dispari). I Lamenti Un tempo, molto più che oggi, l’attesa della Pasqua aveva un carattere di penitenza ed in tempo di Quaresima i devoti digiunavano per partecipare alle sofferenze patite dal Cristo. A mezzanotte del martedì grasso, il tocco a morto delle campane annunciava l’inizio dei rituali penitenziali ed i fedeli portavano in processione il Crocifisso percotendosi ed intonando dei canti lugubri e lamentosi, detti, appunto, “lamenti”, “lamentazioni” o “mortori”. Questi sono forme poetico-musicali popolari che accentuano il pathos narrativo della drammatizzazione e sono eseguiti dai cosiddetti “lamintaturi”, composti da cinque o sei voci: il solista, che esegue le strofe, ed il coro, che interviene a rafforzare la nota finale della strofa eseguita dal solista.Oggi i lamenti sono eseguiti solo durante le processioni della Settimana Santa e, quasi esclusivamente, dalle persone più anziane. Molto spesso i testi dei lamenti sono incomprensibili alla gente che li ascolta, ma quel che conta è la suggestione che essi riescono a creare, le emozioni che riescono a suscitare. Essi sono il grido di dolore della Madre per la perdita del figlio, l’urlo dell’umanità per non aver compreso la Parola di Gesù. La Domenica delle Palme Il Giovedì Santo Il Venerdì Santo Domenica di Pasqua
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Simboli e lamenti
partecipare alle sofferenze patite dal Cristo. A mezzanotte del martedì grasso, il tocco a morto delle campane annunciava l’inizio dei rituali penitenziali ed i fedeli portavano in processione il Crocifisso percotendosi ed intonando dei canti lugubri e lamentosi, detti, appunto, “lamenti”, “lamentazioni” o “mortori”. Questi sono forme poetico-musicali popolari che accentuano il pathos narrativo della drammatizzazione e sono eseguiti dai cosiddetti “lamintaturi”, composti da cinque o sei voci: il solista, che esegue le strofe, ed il coro, che interviene a rafforzare la nota finale della strofa eseguita dal solista.