Please install Flash® and turn on Javascript.

Le zolfare: gironi infernali
Scritto da Enzo Giusto   


09Tra il XIX e XX secolo la più grande industria siciliana erano le zolfare. In molte province dell’isola, ma soprattutto in quelle di Caltanissetta, Enna ed Agrigento, le zolfare rappresentavano l’unica speranza per uscire dalla situazione di assoluta indigenza in cui versava gran parte della popolazione  e “conquistare” uno status di lavoratore che, seppur sfruttato e con uno stipendio da fame, riusciva a sopravvivere tra mille stenti.
Costretti ad orari di lavoro disumani, tra mille pericoli in asfissianti cunicoli, spogliati delle loro vesti e della loro dignità di uomini, questi minatori sono l’esempio più triste dello sfruttamento umano.
Così Giovanni Chiesi descriveva il lavoro nelle miniere ne “La Sicilia” (Milano 1892): “Egli scava, scava continuamente,....non vede, durante la settimana, mai o quasi mai la luce del giorno. Sta dodici ore nelle miniere. Ma vi scende all’alba e ne risale la sera: oppure, poichè il lavoro è continuo, vi discende a sera e ne risale all’alba, per coricarsi affranto, sonnolento a riposare, a dormire, mentre tutto il mondo si risveglia; l’anno non ha per lui che una sessantina di giornate, le giornate di festa e di riposo: per il rimanente è sempre tenebre....
Un pezzo di pane segalino, una crosta di formaggio pecorino o un pesce salato ed una brocca d’acqua, ecco il suo viatico per tutta la giornata.
In quell’atmosfera mefitica, rarefatta e calda, egli lavora nudo o quasi, in tutte le pose, le più incomode, dovendo seguire la capricciosa andatura dello strato del giacimento zolfifero. ”Ma le zolfare erano anche luogo di sfruttamento del lavoro minorile: i “carusi”, lavoratori bambini, venivano utilizzati come bestie per il trasporto del materiale estratto.
Ecco la descrizione fattane da Jessie V. Mario in uno scritto pubblicato nel 1894:“...ci fermammo alla bocca di una cava attirativi da una frotta di fanciulli curvi sotto il peso di sacchi carichi sulle spalle, con lucernini in testa, faticando con le mani scarne a stringere il sacco dietro la nuca. Guardando in giù si vedono quelli che salgono, i quali emettono gemiti che sembrano rantoli di moribondi. Sono nudi tutti, salvo una fascia intorno al corpo, sporchi, grondanti sudore, ansanti...”

Articolo successivo: Il carretto siciliano






 

Cerca su Google

Copyright © 2010 Siciliafeste.it - Web design by Viggiu' - Foto di Raimondo Marino