Vediamo così che, ancora oggi, in certi paesi dell’entroterra siciliano, è d’uso adornare le vare dei Santi con prodotti tipici della terra o derivati: a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, ad esempio, santoni di cartapesta, decorati di fave novelle donate dalla gente, accompagnano la processione del Signore dell’Olmo; a Capizzi, in provincia di Messina, al Santo vengono donate caciotte di formaggio; potremmo ancora elencare decine di altri esempi, tutti riconducibili a un denominatore comune: il Santo inteso come l’interlocutore per eccellenza, colui col quale stabilire un rapporto privilegiato, confidenziale, da potere spendere nel caso in cui se ne presentasse la necessità. Ed ecco che viene il momento in cui bisogna chiedere al Santo la grazia: qui la fantasia popolare, talvolta, ci conduce a casi veramente singolari; ogni Santo ha le sue competenze. Così, ad esempio, per guarire da una malattia: San Biagio è un grande guaritore delle malattie alla gola, San Paolo guarisce dai morsi delle vipere, Santa Lucia gli occhi, Santa Barbara dai fulmini ecc. Ciò dimostra come il bisogno di protezione e di sostegno, per superare le difficoltà e i pericoli dell’esistenza, sia stato sempre vivo negli uomini fin dai tempi primordiali, prima rivolgendosi alle divinità pagane e, più tardi, con i Santi. Con i loro nomi si appellano chiese, strade, località. Ai bambini appena nati, quando non portano il nome del nonno, si impongono spessissimo i nomi dei santi patroni protettori. A Piazza Armerina tantissime sono le Marie Vittorie, a Lentini e a Trecastagni quante persone portano i nomi dei tre Santi Alfio, Cirino e Filadelfo! Nell’agrigentino, quanti Calogero! A Catania diffusissimo è il nome di Agata, Agatino la versione maschile.

Il culto vero e proprio per S.Agata si diffuse durante la dominazione normanna, allorquando questi ultimi, dopo un paio di secoli di oscurantismo arabo, restituirono ai siciliani la libertà di professare la propria fede. Ritornarono nottetempo a Catania provenienti da Costantinopoli, le spoglie mortali di Agata, ivi portate da un certo Maniace, generale bizantino. Ad un tratto tutte le campane della Città si misero a suonare contemporaneamente e la gente, svegliata di soprassalto e attratta da un sì grande mistero, si riversò per le strade per accogliere le spoglie mortali di Agata, sventolando, al suo passaggio, un fazzoletto bianco, in segno di tripudio, e illuminando le strade con dei grandi ceri. In ricordo di quell’episodio, oggi Sant’Agata viene festeggiata a Catania con grande concorso di popolo e di fedeli. Così come avviene in diversi centri dell’Isola, la festa di S.Agata si svolge più volte l’anno; il tre, quattro e cinque di febbraio, però, sono le date in cui la ricorrenza risulta essere maggiormente sentita dai Catanesi e i festeggiamenti arrivano al culmine. In realtà già dal mese di gennaio si vedono qua e là per i quartieri di Catania, laboriosa città con oltre 500.000 abitanti, delle bellissime macchine lignee, strane, decorate in oro e intarsiate di quadretti rappresentanti la vita della Santa. Si muovono lungo le strade, accompagnate da una banda musicale , in maniera ritmica con la classica “annacata” (dondolata),trasportate da persone col capo coperto da un sacco di juta, che si sottopongono a sforzi immani ( otto persone sopportano un carico di sei-settecento chili). Candelore è il nome con cui i catanesi chiamano questi monumenti di legno che, una volta, racchiudevano nel loro interno un cero (oggi è stato sostituito da lampadine alimentate da una batteria) e che con l’oscurità offrono delle vedute veramente suggestive. Le candelore, oggi circa una decina, ma nel secolo scorso erano in numero molto più consistente, precedono, durante la festa, la processione con le reliquie della Santa, che viene tirata con delle lunghissime corde dai devoti. Queste persone, senza distinzione di sesso, vestiti con una veste bianca e col capo coperto da un cappuccio di velluto nero, in ricordo di quando nottetempo per la prima volta si riversarono per le strade per venerarla al suo passaggio, sin dall’uscita dalla Chiesa si stringono affettuosamente attorno al fercolo di Sant’Agata e, tra gli spari continui di fuochi d’artificio, la chiamano, la invocano, la pregano, profferiscono in tutti i modi il suo Santo nome: "javi n’annu cà nunnaviremu e ora ca avemu ccà, ma chi semu tutti muti? E chiamamala a Santuzza!" (E’ un anno che non la vediamo e ora che l’abbiamo davanti, abbiamo perso tutti la parola? Chiamiamo la nostra Santa!) "Cittadini! Tutti devoti tutti? Siii!"
La vita di Sant'agata, la Santuzza dei catanesi
I Santi di Sicilia