Il teatro tradizionale siciliano delle marionette (opra dei pupi), fino agli anni '50 molto popolare in tutta la Sicilia, sembra si sia diffuso nell'isola intorno al 1860. Da Napoli sarebbero, infatti, giunte semplici marionette a filo, poi trasformate dai pupari Greco e Canino in pupi armati.
Si formarono presto due principali aree con caratteristiche ben differenziate: l'area palermitana e l'area catanese.Mentre i pupi dell'area palermitana sono, per esempio, alti da 80 centimetri a 1 metro , quelli catanesi sono più alti ( da 1 metro e dieci a 1 metro e trenta). Le differenze riguardano anche la meccanica e la recitazione: a Palermo i pupi hanno il ginocchio articolato, a Catania il ginocchio rigido; a Palermo sono mossi dai lati a braccio teso; a Catania, invece, sono mossi dall'alto di una pedana posta dietro il fondale. Chi muove e chi parla ("manianti" e "parlaturi") sono la medesima persona nel teatro dei pupi palermitani ma a Catania i ruoli sono rigidamente divisi.Al di là delle peculiarità di ciascuna zona, l'opera dei pupi ha espresso per decenni l'ideologia del popolo siciliano: il pubblico seguiva con passione le storie dei cicli cavallereschi, dei banditi, dei santi, delle trame shakeasperiane trovandovi le speranze, le lotte, le vittorie, le sconfitte dell'esistenza. La gente assisteva ogni sera alla rappresentazione di una nuova puntata del ciclo. Oggi, invece, questo aspetto seriale è andato perduto. Ecco perché i Napoli, illustre famiglia di pupari catanesi, stanno recentemente tentando di ripristinarlo nel Teatro Stabile dell'Opera dei Pupi da poco aperto al centro delle Ciminiere di Catania. La loro compagnia, fondata nel 1921 da Don Gaetano Napoli, mette in scena, sulla base di codici tramandati da padre in figlio, spettacoli ricchi di fascino e di cultura. A Palermo la compagnia più affermata è invece quella di Mimmo Cuticchio, celebre soprattutto per il suo straordinario talento nella recitazione del "cunto", il racconto delle vicende dei paladini ritmato a colpi di spada.